Recensione 📚 Turbolenza di David Szalay – Il XXI secolo, a 10.000 metri d’altezza.
Lo dico subito: questo è il primo libro che leggo di David Szalay, e forse ho scelto la porta d’ingresso più semplice.
Szalay nel frattempo è diventato “quello del premio grosso”: vincitore del Booker Prize 2025 con l’ultimo romanzo Nella carne. E se qui (già dal titolo) promette materia viva, Turbolenza, uscito nel 2019 per Adelphi e tradotto da Anna Rusconi, fa un altro mestiere: prende il movimento, viaggi, trasferte, fughe, ritorni, e lo trasforma in una radiografia. Non di dove vai, ma di cosa ti porti dietro.
La trama (o meglio: una coincidenza di destini)
Non aspettarti “la storia” con inizio-sviluppo-finale e il lettore coccolato come un passeggero in business. Qui si viaggia in economy emotiva: dodici capitoli/voli, dodici personaggi, dodici momenti di vita presi nel punto esatto in cui l’esistenza fa quel rumorino sinistro tipo cling… e capisci che qualcosa sta per cambiare. La struttura è un piccolo colpo di genio: ogni capitolo segue un personaggio in aereo (o intorno all’aereo), e spesso un volto visto di sfuggita in un capitolo diventa il protagonista del successivo. Come nella vita: tu sei “comparsa” nelle giornate altrui senza saperlo, e a volte qualcuno ti cambia la trama con una frase detta male o detta benissimo.
Sotto, scorre un’idea molto contemporanea: siamo sempre in giro. E se il mondo è instabile (clima, lavoro, relazioni, identità ), noi lo imitiamo con disciplina: instabilità come mantra.
Punti forti
✅ Un romanzo che si legge come una serie di “atterraggi”
Ogni capitolo ha la compattezza di un racconto e l’effetto di un pugno breve. È narrativa “on demand”: due pagine e sei già dentro un problema morale, un desiderio storto, una paura taciuta.
✅ Szalay scrive “pulito” ma poi dà la stoccata.
Prosa controllata, essenziale, precisa: niente virtuosismi. E proprio per questo quando arriva il colpo, emotivo, psicologico, a volte fisico, lo senti un casino. È il contrario del melodramma: ti ferisce con educazione.
✅ Il tema della fuga, ma senza retorica da aeroporto
Qui nessuno vola “verso se stesso” con la colonna sonora epica. Volano perché devono: per lavoro, per amore, per colpa, per bisogno, per disperazione. E l’aereo diventa un confessionale con le luci al neon e sala lounge.
Punti deboli
❌ Se vuoi una trama lineare, questo libro ti sputa in un occhio. È un mosaico: la soddisfazione non è “capire come va a finire”, ma riconoscere il disegno mentre si compone.
❌ Ti chiede partecipazione. Non ti imbocca. Ti lascia spazi vuoti apposta, e tu devi riempirli con la tua esperienza. Se leggi per spegnere il cervello, qui il cervello si riaccende e ti chiede gli spicci per l'analista.
La mia esperienza personale
Io con Turbolenza ho avuto una sensazione precisa: Szalay non giudica i personaggi, li espone.
Li mette in un luogo dove non puoi scappare davvero (un aereo è una trappola elegante), e lì tira fuori il meglio e il peggio: piccoli egoismi, tenerezze improvvise, crudeltà involontarie, bisogno di essere visti.
E la cosa più bastarda -quindi più riuscita- è che mentre leggi inizi a fare quello che fai in aeroporto: guardi gli altri e ti chiedi “chissà che storia ha”. Ecco, fra queste pagine la risposta arriva. Tuttavia, non è quella che credevi.
In conclusione
Turbolenza è un libro breve, tagliente, modernissimo: un romanzo corale travestito da dodici racconti, un giro del mondo che finisce sempre nello stesso posto, dentro gli abissi delle persone.
Se questo è il mio “primo Szalay”, allora ho capito una cosa: il Booker Prize 2025 non l’ha preso perché è “bravo” (che parola pigra), ma perché ha un talento raro: far sembrare inevitabile ciò che appare casuale.
Lo puoi trovare qui.
Consigliato a chi ama la narrativa che non fa l’hostess sorridente, ma il controllore che ti guarda il biglietto e ti dice: “Sì, vabbè… mò guardati un po' dentro però.”

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