Recensione 📚 Le balene di Marco Marrucci - Immersi nella natura inquieta e apocalittica

C’è qualcosa di profondamente controcorrente in Le balene. E non è solo una questione di contenuto, ma proprio di forma. Il libro è uscito nel 2025 per Gregor, nuova collana di Racconti Edizioni, che ormai si è ritagliata un ruolo preciso (e prezioso) nell’editoria italiana: difendere e valorizzare la forma breve, senza compromessi.

E infatti questo non è un romanzo nel senso canonico. È un racconto lungo, uno di quelli che non cercano di esondare per forza, piuttosto per necessità, trovando così la sua misura esatta. E già questo, oggi, non è scontato.
La trama (o meglio, quello che affiora)

Raccontare davvero la trama di Le balene è complicato, perché non è un libro che vive di progressioni narrative. C'è un evento climatico devastante, inarrestabile. E poi c'è Giona, un personaggio che si muove in uno spazio rarefatto, quasi sospeso. Ci sono relazioni, tensioni sotterranee, una realtà che sembra essersi leggermente spostata rispetto al suo asse. E soprattutto c’è una sensazione costante: quella di qualcosa che sta per accadere o che forse è già accaduto, ma senza essere mai del tutto nominato.
Punti forti

✅Atmosfera potentissima: richiama, per clima e sensazioni, certi paesaggi interiori alla McCarthy, dove il silenzio pesa più delle parole.

✅ Scrittura densa e stratificata: Marrucci lavora la lingua con cura evidente. La ricerca della parola c’è, si sente, ma non diventa mai volutamente parossisitica come quella di Zandomeneghi ne 'Il giorno della nutria'. Piuttosto, è sempre al servizio della storia.

✅ Coerenza formale: il formato del racconto lungo è perfetto. Non una pagina in più, non una in meno.
Punti deboli

❌ Poco accessibile: non è un libro che ti viene incontro. Sei tu che devi entrarci.

❌ Quasi assenza di trama tradizionale: chi cerca linearità cristallina rischia di tornare a casa con le pive nel sacco.
La mia esperienza personale

Leggere Le balene è stato come stare in una stanza in cui qualcuno ha appena smesso di parlare. Rimane un’eco. Un senso di qualcosa che aleggia, ma che non si lascia afferrare fino in fondo. E più si prova a definirlo, più sfugge.

Rispetto ad altre prove recenti della narrativa italiana, colpisce soprattutto il controllo. Come già detto, qui la scrittura è densa, stratificata. La prosa, al servizio della trama, tracima, avvolgendo tutto. Proprio come la pioggia incessante che rimane sullo sfondo di questa storia.
In conclusione

Le balene non è un libro piacione. Anzi, è una prova di scrittura solida, consapevole, che dimostra come si possa lavorare sulla lingua senza perdere il senso della narrazione del racconto. Un romanzo breve, brevissimo, che si srotola e si svela nei suoi silenzi, più che nel clamore e che, proprio per questo, rimane appiccicato.

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«Ma porca troia, lo vedi in che aborto di mondo siamo sgrottati? Ormai i soldi non comprano più nulla. E i diritti di proprietà sono finiti nel cesso. Oggi la roba è di chi ce l’ha. Momento per momento.»

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