Recensione 📚 2666 di Roberto Bolaño. Se la letteratura smette di fare la brava e comincia a zampillare sangue.

Ci sono romanzi che ti intrattengono, ti fanno compagnia, ti portano in giro e poi ti riportano a casa più o meno intero; 2666 invece ti prende a schiaffoni e ti costringe a restare lì a guardare, senza il conforto della trama “bella apparecchiata” e senza quella gentilezza un po’ finta che tanti libri scambiano per profondità, perché qui la profondità è un’altra cosa, è terra bagnata, è sangue, è merda, è l’idea che la violenza non sia un colpo di scena ma un clima, un rumore di fondo che a un certo punto smetti perfino di notare, e proprio lì ti rendi conto di quanto sia grave 'la situa'.

Nota pratica: 2666 è diviso in cinque parti (anche se capisco benissimo chi lo vive come “quattro blocchi” e poi un ultimo pezzo che chiude il cerchio, o lo apre ancora di più, dipende da quanto sei disposto a perderti).
La trama (spoiler 2, ma senza rovinarti il senso)

Si parte con dei critici letterari che inseguono l’ombra di Benno von Archimboldi, scrittore fantasma e calamita narrativa, poi la storia si sposta e si deforma, cambia pelle, passa da un professore che deraglia a un giornalista che finisce nel posto sbagliato, fino ad arrivare a Santa Teresa, che è il vero buco nero del libro: una Sodoma e Gomorra in cui la realtà diventa ripetizione, catalogo, accumulo, e quando arrivi alla quarta parte (La parte dei delitti) capisci che Bolaño non sta più “raccontando”, sta facendo testimonianza, e la testimonianza non è lì per piacerti, è lì per non farti scappare.
Punti forti

✅Ambizione fuori scala, ma non gratuita: è un romanzo-mondo che non fa il figo con la complessità, la usa come si usa una mappa quando sei nel posto peggiore possibile e devi comunque orientarti.

✅Scrittura magnetica: Bolaño ha quella qualità rara per cui anche quando sembra che la narrazione stia solo camminando, in realtà ti sta scavando sotto i piedi.
Punti deboli

❌Non è per tutti, e non finge di esserlo: se vuoi linearità, pulizia, “messaggio”, qui rischi di sentirti preso in giro, oppure (peggio) di annoiarti perché non hai voglia di fare il lavoro che ti chiede.

❌La quarta parte è pesante davvero: non “pesante” nel senso intellettuale, pesante nel senso fisico, come una stanza senza finestre; ed è giusto così, ma ti avverto: ti sfianca.
La mia esperienza personale

Io l’ho letto con una sensazione che cresceva pagina dopo pagina, cioè che 2666 non voglia sedurti ma metterti alla prova, come se dicesse: “ok, adesso vediamo se la letteratura per te è ancora un giocattolo elegante o se riesci a reggere quando diventa qualcosa di necessario”; e la cosa più bastarda, e quindi più vera, è che a un certo punto smetti perfino di cercare “la trama” e inizi a sentire il libro come si sente una città, con le sue ossessioni, le sue omissioni, i suoi mostri che non sono mitologici ma banalmente umani, troppo umani, e infatti fanno più paura.
In conclusione

Capolavoro, sì, ma non da spingere come si spinge un “libro che mi è piaciuto un sacco”: 2666 è imprescindibile proprio perché non fa nulla per piacere, perché non pulisce, perché non ti lascia in pace, e quando chiudi il tomo ti rimane addosso quella verità scomoda che è anche la sua forza: certe cose non passano, non “restano dietro”, non diventano lezione, restano lì, incollate.

Lo puoi trovare qui
“La realtà è una troia malata di AIDS sempre arrapata.”
FOTO: me, myself and I


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