Percorsi 🌎 Bolaño, la letteratura dopo la fine del mondo

Roberto Bolaño

La cifra di Bolaño è un po’ questa: "caro lettore, arrangiati". Puoi aprire qualunque suo libro e, dopo un inizio rassicurante, finire direttamente all’inferno. E non il tipo di inferno che conosci dai compiti di letteratura al liceo - quello dantesco, coi cerchi concentrici, tutto mappato che puoi girare con Waze. Nada. L’inferno di Bolaño è del tipo che inizia a Città del Messico con un gruppo di poeti sporchi e finisce in una città immaginaria dove spuntano cadaveri di donne come funghi dopo piogge abbondanti, e tu leggi pagina dopo pagina e pensi: ma che problemi aveva questo tizio?

Io di Bolaño ne ho letti tre. Non sono moltissimi, per uno scrittore così, ma sono sufficienti per capire che stai affrontando qualcosa che non ha nessuna intenzione di farti sentire comodo.


Puttane assassine - il test

Puttane assassine è il più breve dei tre che ho letto, e già questo dovrebbe metterti sull’avviso.

Non perché sia “facile” - non credo esista un Bolaño facile, a dire la verità - ma perché un’epifania così è il modo più rapido per capire se vuoi davvero entrare nel suo mondo.

Sono racconti. Più o meno slegati l'uno dall'altro. Potrei dire che puoi entrarvi e uscirvi a piacimento, ma direi frottole: entri, sì, ma poi rimani dentro. Non per forza perché la storia avvinca sempre, ma perché Bolaño costruisce questi universi a spirale che non hanno vere porte d’uscita.

Copertina di Puttane assassine di Roberto Bolaño, edizione Adelphi

Dentro trovi già tutto. Poeti sfatti, gente che ha problemi di insonnia, sesso che non è mai quello che ti aspetti, violenza che arriva come una nota a piè di pagina. E sotto tutto questo - sotto tutto il sangue, tutta l’ironia - c’è una malinconia, uno spleen che ti si appiccica addosso e non ti lascia.

Io l’ho letto pensando: okay, questo è il Roberto Bolaño di provincia, il più pulp, il più diretto.

E invece era già il Bolaño vero. Proprio per questo va bene come inizio che fa capire se questo scrittore può farsi un posto dentro la tua testa o se è preferibile muoversi verso narrativa che non lasci sedimenti troppo strani. Una buona porta d'entrata.

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I detective selvaggi - il punto di non ritorno

Questo è il libro dove ho capito che avevo fatto un errore. O almeno: l’errore perfetto.

Inizia come storia di poeti stralunati in Messico e si trasforma in qualcosa che non puoi definire nemmeno come romanzo tradizionale. È una specie di indagine lunga vent’anni raccontata da gente che entra e esce dalla storia senza troppe spiegazioni.

Al centro ci sono due persone - Arturo Belano e Ulises Lima - poeti fondatori del fantomatico realismo viscerale che passano il loro tempo a scomparire e a riapparire. Mentre gli altri, tutti i personaggi secondari che Bolaño costruisce con più attenzione di quanto dia a intendere, impiegano il loro tempo nel cercarli, ricordandoli in maniera bislacca e descrivendoli sempre diversi a seconda di chi li racconta.

È caotico, pieno di deviazioni corali, di persone che entrano in una pagina e non rivedi mai più, di voci che si incrociano e di momenti in cui non è mai del tutto chiaro chi stia parlando di chi. A metà libro pensi: ok, che cosa sto leggendo esattamente? A tre quarti pensi: perché non riesco a smettere di leggere una cosa così poco leggibile? Alla fine - e qui è il punto - capisci che il libro non stava mai cercando davvero due persone ma solo di raccontare il momento in cui una generazione (la generazione di poeti che Bolaño aveva conosciuto e vissuto in prima persona) scopre che probabilmente non cambierà niente.

Copertina de I detective selvaggi di Roberto Bolaño, edizione Adelphi

A me è sembrato che lì dentro ci fosse soprattutto questo: l’idea che la letteratura non salvi nessuno, che il talento possa essere una cosa bellissima e quasi inutile se vieni al mondo nel posto sbagliato, e che nonostante questo ci sia gente abbastanza ostinata da continuare lo stesso. Sembra una lettura pesante e per certi aspetti lo è, ma non nel senso delle cose che t’annoiano. È pesante come la verità che non volevi sentirti dire.

E la cosa assurda è che lo scrittore cileno riesce a renderlo quasi romantico: questi ragazzi che falliscono, o che magari nemmeno falliscono, perché il fallimento presuppone che tu abbia avuto davvero una possibilità, hanno dentro una dignità che nessuno riesce a togliergli. Leggendoli capisci perché persone geniali continuano a fare cose demenziali e bellissime nonostante tutto indichi che dovrebbero rassegnarsi.

Penso sia il suo libro migliore tra quelli che ho letto, o almeno quello dove funziona meglio la cosa che Bolaño sa fare: prendere persone che il mondo ha già scartato e restituire loro una complessità che da qualche parte si era persa.

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2666 - direttamente nell’abisso

Quando ho deciso che fosse arrivato il momento di 2666 sapevo già che sarebbe stato uno di quei libri da cui non esci uguale. È un mattonazzo. Cinque sezioni, ognuna che potrebbe stare in piedi da sola se non avesse questa cosa di intrecciarsi con le altre e farti accorgere lentamente che stai leggendo qualcosa di molto più grande di un romanzo.

È come viaggiare in un paese immenso e più lo attraversi più non ci capisci niente. Eppure, durante il viaggio, tu continui a cambiare. Ancora e ancora. Fra queste pagine troviamo la critica letteraria - gente che passa la vita a inseguire uno scrittore scomparso (aridaje...). C’è la letteratura vera, il desiderio di creazione.

Copertina di 2666 di Roberto Bolaño, edizione Adelphi

Poi arriva Santa Teresa, città immaginaria dietro cui è impossibile non vedere Ciudad Juárez, e cominciano a comparire i corpi delle donne assassinate. Uno dopo l’altro. Con una regolarità quasi amministrativa. A un certo punto Bolaño smette di comportarsi come uno scrittore che sente il dovere di proteggerti. E trasforma quello che stai leggendo in qualcosa di molto meno rassicurante.

I detective selvaggi almeno sembra ancora credere, da qualche parte, che la letteratura significhi qualcosa. 2666 è scritto da qualcuno che quella fede l’ha già guardata molto da vicino. È un libro che richiede una cosa che non tutti possono dare: tempo. Tempo che possiamo declinare in pazienza.

E una disponibilità a farti maltrattare da centinaia di pagine di prosa che spesso sembra non andare da nessuna parte e che comunque continui a leggere perché Bolaño è bravo e ormai sei troppo dentro per tornare indietro. Non lo consiglierei mai come primo libro di accesso a questo scrittore. Tuttavia, è comunque il libro che probabilmente finirò per consigliare a qualcuno, prima o poi.

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La domanda che non ha senso

Quindi da quale cominci? Puttane assassine, la accendiamo?

Io, boh.

Dipende da che tipo di lettore sei quando inizi e da che tipo di lettore vuoi diventare quando finisci. Se non hai mai letto Bolaño e vuoi capire rapidamente forse sì, Puttane assassine è il più approcciabile. Non è il migliore, non è necessariamente il più rappresentativo, ma è il meno impegnativo e questo conta.

Se vuoi capire perché alcune persone vanno giù di testa per questo tizio, o se vuoi sapere che aspetto hanno su carta stampata frasi che rimangono aperte come ferite, allora io andrei con I detective selvaggi.

Se, invece, preferisci buttarti nell’abisso e non tornare più uguale a prima, se hai già un bel po’ di libri scuri dentro di te e sai come si vive con quella sensazione di incompiutezza che non va via nemmeno quando il libro l'hai già posato, allora vai con 2666.

Io, se dovessi ricominciare da capo?

Inizierei con I detective selvaggi.

Non è il più facile, eppure è quello dove Bolaño riesce meglio a mescolare tutte le cose: letteratura, amicizia, arroganza, fallimento totale, persone alla ricerca di qualcosa che alla fine del libro si è già trasformato e ha assunto forme diverse.

Ed è un po’ quel libro dove ho capito, leggendolo, che non sarei mai più tornato a leggere libri 'normali' nello stesso modo.


Tutto Bolaño su VaiComeSai

📚 Puttane assassine
Racconti, violenza, poeti, malinconia e gente che probabilmente non vorresti come coinquilina.

📚 I detective selvaggi
Poeti allo sbando, Messico, fallimenti e vent’anni passati a cercare persone che sembrano non voler essere trovate.

📚 2666
Il punto in cui Bolaño smette definitivamente di preoccuparsi della tua salute mentale.

Questa pagina crescerà insieme alle mie prossime letture di Bolaño.


Io nel frattempo ho ancora mezza biblioteca di Bolaño da leggere. Amuleto, I dispiaceri del vero poliziotto, what else?

E ogni volta che aprirò uno di questi libri so già come andrà a finire: leggerò cinquanta pagine e dirò a me stesso che basta. Che la prossima volta mi prendo qualcosa di leggero. Un libro dove succedono cose. Chessòio, un Murakami qb. Un romanzo dove i personaggi hanno nomi e magari rimangono nello stesso continente. Ma poi niente e d'un tratto mi troverò già a pagina cento perché ormai Bolaño è dentro, e di uscire non ne vuol saper proprio...

Voi da quale avete cominciato? E soprattutto: che disastro è stato?

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Ritratto dello scrittore cileno Roberto Bolaño – The New Yorker
FOTO: The New Yorker

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